Domare la Tigre Interiore

14.12.2020

Domare la Tigre Interiore 


Dentro di noi vive una potente energia: se la teniamo in equilibrio diviene forza e volontà.

Devo il mio nome ad un personaggio, mito negli anni settanta, soprannominato la Tigre del Bengala. Selvaggio, forte, buono, saggio. La sua compagna si chiamava Marianna.

La metafora dell'energia della tigre da domare dentro di noi la immaginavo sin da bambina, vedevo molto gli adulti arrabbiati, scagliarsi uno contro l'altro e li vedevo proprio come delle tigri che non riuscivano a trattenersi dal fare male all'altro.

La figura della Tigre ha sempre avuto su di me un fascino particolare, forse perché sentivo dentro una forte energia di ribellione, avvertivo che c'era una parte molto forte, ed altrettanto mortificata, nella mia natura. Una parte a cui veniva costantemente detto "no", come se non fosse buona, come se fosse troppa.

Riuscii a dare un senso all'energia della Tigre che sentivo abitare in me, e negli esseri viventi, quando incontrai lo Swami Yogananda.

Trovai illuminazione nelle pagine del suo famoso libro "Autobiografia di uno Yogi". Nel capitolo intitolato "lo Swami delle tigri", Yogananda racconta di aver accettato, poco più che ragazzino, la proposta del suo amico Chandi di andare a fare visita ad un santo, che prima di diventare un monaco aveva catturato le tigri, affrontandole a mani nude.

Yogananda racconta "provavo un entusiasmo giovanile per quelle straordinarie prodezze". Carico di curiosità, in compagnia, si reca a far visita al santo delle tigri.

Di profondo insegnamento è la scena in cui i due ragazzi suonano, svelti ed entusiasti, il campanello della dimora del monaco. Il servo giunge calmo, si muove in una incurabile lentezza, come ad agire un tacito rimprovero alla loro fretta. Yogananda ci dona prova della sua attitudine alla lettura consapevole degli eventi sin da giovanissimo, in quanto coglie nel passo lento del servo e nella lunga attesa che fu loro richiesta, una lezione di vita, e dice: "la legge non scritta dell'India, che i ricercatori della verità sono tenuti ad osservare, è la pazienza".

Quando finalmente lo Swami li riceve, i giovincelli si trovano dinanzi una figura molto carismatica, forte, con spalle grandi, e mani immense, con lo sguardo che richiamava alla stessa tigre.

Ammirati guardano il monaco e gli chiedono come fosse riuscito a domare la Tigre del Bengala, la più feroce delle belva della giungla.

Il monaco, pronto, dona risposta "per voi le tigri sono tigri, per me sono gattini".

Yogananda subito commenta "potrei anche farlo credere al mio subcosciente che sono gattini, ma non riuscirei a farlo credere alle tigri".

Lo Swami aggiunge "naturalmente anche la forza è necessaria. Più di un uomo è dotato di una forza fisica pari alla mia, ma gli manca una incrollabile fiducia in stesso. Chi è fisicamente forte, ma mentalmente debole, può cadere svenuto alla sola vista di una belva che si aggira libera nella giungla, ma un uomo dotato di un corpo vigoroso e di una fortissima determinazione, può capovolgere la situazione e costringere la tigre a convincersi di essere un inerme gattino. E' la mente che comanda i muscoli, nell'uomo la forza espressa dipende dalla volontà di combattere e dal suo coraggio. La fragilità fisica ha origine nella mente, il corpo prigioniero delle abitudini, ostacola la mente. Se il padrone si lascia comandare dal servo, questi diventa un vero tiranno, allo stesso modo la mente. Sottomettendosi alla dittatura del corpo, diventa sua schiava".

Yogananda e il suo amico, incantati dalle sue parole del monaco, gli chiedono di raccontar loro qualche episodio della sua vita. Questo fu il momento più potente del loro dialogo.

La risposta serbò un dono prezioso, un insegnamento fondamentale per la vita; indicò un cammino vero di evoluzione: il superamento di ogni illusione prodotta dall'Io, dall'Ego.

Lo Swami narra: "...con indomita ostinazione, coltivai il pensiero di essere sano e forte, e riuscii così a superare i miei limiti fisici. Ho tutte le ragioni per esaltare il potere della mente, che considero un vero domatore delle tigri reali del Bengala. Ma vi sono molte specie di tigri, alcune si aggirano nella giungla dei desideri umani. Mettere fuori combattimento gli animali feroci, non arreca alcun beneficio spirituale, meglio cercare di vincere le belve interiori.."

Yogananda ancora gli chiede come fosse passato dal domare le tigri delle giungla ad essere domatore di passioni selvagge.

E lo swami tornò a raccontare "quando la mia fama fu al culmine, portò con sé l'ebrezza dell'orgoglio". Narrò, ancora, di esibirsi in tanti giochi di abilità, di avere l'ambizione di portare gli animali selvatici a comportarsi come animali domestici. Aggiunse: "cominciai a sfoggiare le mie prodezze in pubblico, riportando lusinghieri successi".

Toccante è la descrizione di un suo dialogo con suo padre.

Una sera il padre, entrando nella sua stanza molto abbattuto e preoccupato, gli confidò che mentre era in meditazione un santo gli aveva portato messaggio per il suo bellicoso figliuolo: "fa sì che ponga fine alla sua feroce attività, altrimenti il suo prossimo incontro con una tigre gli causerà gravi ferite, per sei mesi resterà sospeso tra la vita e la morte. Allora cambierà vita e si farà monaco".

Così, preso dal successo e dal potere, il figliolo rifiutò queste parole. Fece una cosa che nella cultura indiana non è ben accolta, rifiutò una richiesta del suo padre.

Dopo pochi giorni, recatosi nella città di Cooh Behar in vacanza, acclamato e riconosciuto da folle di persone incuriosite, venne invocato da un principe alla sua dimora reale. Con lustri e riverenze, il principe gli chiese di affrontare una tigre da lui catturata per dare prova delle sue reali capacità, altrimenti lo avrebbe diffamato e screditato agli occhi di tutti i suoi ammiratori. Se avesse vinto gli avrebbe regalato la tigre.

Dinanzi ad una sfida così importante, che poteva addirittura fargli perdere la sua fama, il ragazzo dovette accettare; il monaco racconta il momento dell'accettazione della sfida con queste parole: "pieno di rabbia, accettai la sfida".

Lo scontro con la tigre fu cruento, dinanzi ad un vasto pubblico urlante e spaventato, il ragazzo rischiò la vita, tirò fuori una grande forza, grazie alla quale vinse, seppur ferito in modo grave.

Ottenne, come promesso, la tigre in regalo e non ne fu affatto appagato e soddisfatto, disse "Non ne provai alcuna gioia". L'euforia che lo accompagnava da tanto tempo, che lo assaliva dopo le sue sfide, non dava più segni.

Qualcosa era accaduto già dentro di lui.

"Nel mio cuore era accaduta una trasformazione spirituale, sembrava che uscendo da quella gabbia mi fossi chiuso alle spalle anche la porta delle ambizioni terrene".

Rimase tra la vita e la morte per sei mesi, a causa di continue infezioni.

Appena in salute, cercò il santo che aveva dato il monito a suo padre, doveva diventare il suo maestro.

Il santo vedendolo arrivare gli disse "basta domare le tigri, vieni con me, ti insegnerò a soggiogare le belve dell'ignoranza, che si aggirano nella giungla della mente umana. Tu sei abituato ad avere il tuo pubblico, fa che il tuo pubblico siano stuoli di angeli, incantati dalla tua maestria nello yoga".

Il monaco chiude il suo racconto dicendo "Fui iniziato ali sentiero spirituale dal mio santo guru, egli aprì le porte della mia Anima."

Yogananda e Chandi si inchinarono dinanzi al maestro in segno di gratitudine e devozione.

Questo racconto ci illumina sulla metafora della Tigre, come energia vera che ciascuno di noi è chiamato a domare, l'energia dell'ignoranza, che non conosce il vero senso della Vita, di Dio, che non conosce l'umiltà, la compassione, la fratellanza vera.

Cos'è la tigre in noi? 

E' il senso dell'Io, è quella parte della mente che si chiama Ego. 

L'aspetto di noi legato alla difesa del "Territorio Personale", legato al potere, all'immagine, al senso di vittoria, di rivalsa, di affermazione personale, a discapito di quello che accade ad un palmo dal mio spazio.

Tante volte ci illudiamo che domare la tigre significhi controllarla, intrappolarla, vincerla, soffocarla, ferirla, sottometterla.

Il monaco ci insegna che con la forza è riuscito sì a domare la tigre della foresta, ma ha attratto a sé una tigre sempre più feroce, rischiando la sua stessa vita senza accorgersi, preso dall'estasi e del successo.

La tigre della foresta è nulla rispetto agli attaccamenti della nostra mente, al suo oscillare verso pensieri cattivi rivolti a noi stessi e agli altri, alla sua fiducia cieca in certe distorte visioni, a rigide interpretazioni degli eventi, a verità illusorie che aprono voragini dentro di noi e che ci rifiutiamo di cambiare.

Questa è la tigre che abbiamo da domare davvero, quella che carica di rabbia reagisce in modo incontrollato, quella che difende con la sua stessa vita i suoi possedimenti, che cura l'immagine pubblica a costo di mentire a se stessa, che non tollera la critica, che vede gli affetti come una proprietà privata, che si relaziona agli altri come competitors e non come anime nello stesso cammino della vita.

Seguire il monaco che dice "basta domare le tigri", significa seguire la via della Compassione, meno scenografica, con meno clamore; seguire il monaco è riconoscere che la vita ci ha parlato in mille modi e noi eravamo presi dalla superficialità e non abbiamo ascoltato; significa,

scegliere di guardare con onestà dentro se stessi, ed affrontare le personali paure e debolezze, i vizi, le forme di arroganza che ci dominano.

La meditazione è la prima via. 

Satipatthana, nel Buddhismo è la presenza mentale, il cammino di consapevolezza, è l'addestramento della Tigre Interiore, per sconfiggere tante sofferenze generate dall'attaccamento a oggetti, persone, esperienze, dall'orgoglio, dall'ego, dalla rabbia verso situazioni e individui, dall'ignoranza che porta fraintendimento, con sviluppo di false verità, ingannevoli e dolorose.

Quell'energia dentro noi c'è, ci sarà sempre e, se ne abbiamo cura, può divenire la più grande Forza, la tigre domata: viva, pronta, regale, coraggiosa, carismatica, meditativa, calma, presente, osservatrice, appagata. Una tigre che fa sentire la sua grinta nel mondo, senza ferire, che trasmettere un messaggio di potere, di potere dell'Anima, di volontà e determinazione.

La Tigre Interiore domata è la nostra Anima, luminosa e forte, vittoriosa su ogni paura.


L'articolo è stato scritto da 
Marianna Paciocco

 Direttore Scientifico di KaroMe'